MANU MANCUSA

Data 1978

Linguaggio palermitano, molte rime a fondo verso, ripetizioni, come se fossero le strofe di una filastrocca.

Versioni altre  2 s.d. che si differenziano solo nell’impostazione grafica e nella distinzione delle scene attraverso una maggior presenza di puntini sospensivi. 

Personaggi Nicolina, Profumata, Giufà, Farfante, Goisuè, Falcone, Mastro Simone, Giosuina, Pescebrodo, Bifano, Angelino, Basilicò, Mancuso  

 

 

Analisi

 

Giosuè bannia per diletto, recitando filastrocche e Farfante parla di una neve che aspettano in molti ma sembra non arrivare mai. I primi due personaggi ben rappresentano due nuclei fondamentali di Manu Mancusa: da un lato piacere il del gioco teatrale ma anche la concretezza di una compagnia girovaga, dall’altro la neve, che, se metaforicamente sembra incarnare la speranza della purezza, è pur vero quanto d’altra parte indichi l’implacabilità della natura, incontrollabile,come appare da questa battuta pronunciata da Profumata: 

 

chi .. sta .. succiriennu .. .. mi.. sentu .. cunfusa .. .. .. c’è .. friddu .. .. .. acieddi furrianu .. parinu nfudduti .. .. .. u .. cielu .. scinni supra l’albuli .. a nivi .. nni sta cummigghiannuu ..  stamu .. muriennu...

 

Il loro è un viaggio senza fine, condizione erratica che si astrae sul piano verbale, introducendo così metalinguisticamente il mestiere teatrale. Ci si ricorda di Lucio abbracciato alla luna in fondo al mare, come se fosse un compagno da andare a trovare (si tratta di una citazione dell’omonimo testo, di un anno precedente) e mentre si aspetta qualcuno che non arriva, si inganna l’attesa parlando del recitare, di trucchi, si controlla lo zibaldone con su segnati gli attori scritturati – come Falcone, Giufà, Profumata e Giosuè il cui nome però  è scrittu ri navutru culuri – o i musicanti, le parti assegnate e il canovaccio. La gente li aspetta, dietro la collina, ma la compagnia sgangherata (e molto spesso svogliata) è come l’acqua ca scinni ra muntagna, inarrestabile nella sua essenza: ride, piange, si rammollisce,  e riesce a far spuntare pure i fiori più profumati. La loro arte è come quella della nenia-filastrocca: manu mancusa arruoba pirtusa, la mano manca, cioè sinistra, che è anche la mano da correggere la quale, pur nell’assenza della concretezza (arruoba pirtusa) riesce attraverso il teatro a trasformare il vuoto in qualcosa d’altro: canta il vento, il gallo, ballano i fiori, la gente si anima, la madre allatta, la gatta rincorre il topo. A volte bruscamente interrotte da un buio a volte dolcemente, come una scatola cinese, il teatro scivola in un altro teatro: dalla realtà della strada innevata si passa alla bottega del sarto. All’inedia dei commedianti girovaghi fanno da contrappunto i personaggi del loro teatro: per passare il tempo Falcone, il cliente, Profumata, Mastro Simone, Nicolina e le aiutanti sognano l’amore, scongiurano pensieri viziosi facendosi il segno della croce, battibeccano, giocano a buela (nascondino, uno dei giochi maggiormente citati nei testi scaldatiani) e soprattutto chiedono delle storie, che però non abbiano a che fare con le munzignarie dei sogni; il cuntu richiesto riguarda la vita comune come la storia del ragazzo che si voleva sposare e non sapeva come fare. Anche quando si sposta sull’altro livello narrativo, l’azione rimane sempre mimetica e mai diegetica; nessuno stacco tra la scena in cui Giufà abbandonato dentro un pozzo viene poi trovato da Profumata che se ne innamora istantaneamente – salvo poi accorgersi della sua inettitudine a tal punto da cambiare idea – e quella in cui gli attori Giosuè, Giufà Falcone Profumata e Simone sentono lamentarsi qualcuno. Che si tratti di pianto o lamento, Nicolina piange perché sola, non vista. Il teatro è come giocare a buela oppure quest’alternanza di presenza e assenza è pericoloso situarsi nel sottile confine che sta tra la verità e la finzione? La fanciulla scomparirà all’improvviso e agli altri rimarrà il dubbio se stia ancora giocando , se frutto di un sogno, o se non siano loro a incarnare i sogni di qualcun altro, mondo magico dove anche un corvo può esser bianco, terra di nessuno in cui si incontranu u nsunnatu e u nsunnaturi? Poco ha questa gente, solo gli occhi per guardare e guardarsi. Eppure non si scoraggiano, se è vero che attraverso la con-di-visione si può ancora trovare la strada delle emozioni, per quanto ancora lunga sia quella da fare per trovare il paese.

I piani scivolano l’uno sull’altro, si fondono o ne diventano la prosecuzione, come quando Giufà con l’inganno torna nuovamente dall’amata. L’appartenenza alla sfera del reale è messa in dubbio di scena in scena, un momento sembra che si stia dormendo, il momento dopo ci si accorge di essere svegli e viceversa; ora si ci trova in quella che credevamo verità, ora quella che pensavamo come storia, diventa reale. Balloncini, sicarietti e soddi, queste le chiacchiere quotidiane tra Simone e Basalicò, a cui si aggiungono anche Mancuso, Pescebrodo e i due suonatori muti Bifano e Angelino. Ancora una volta si canta ed è un canto che muove l’animo, che salva la gente dall’imminente fine, al punto da far dire a Mancuso che dovrebbero cantare al Biondo. Improvvisamente qualcuno muore ed è solo la storia a poter placare gli animi, a consolarli: Simone racconta del corvo bianco che perse le piume e poi le rimise ma senza accorgersi che avevano cambiato colore e erano diventate nere. Ecco svelato il carattere consolatorio del teatro, inteso anche come trasformazione salvifica, non solo luogo del divertimento. 

Ad un ritmo sempre più serrato si alternano Giufà e Profumata che provano a cantare o recitare, Giosuina e Simone che battibeccano per un orinatoio mentre Farfante esplicita la dimensione meta teatrale: senza.. iessiri reali.. iamu o paisi… a… recitari…. Ritorna la neve, il freddo, la promessa che finalmente potranno procurarsi i cerini al paese, (il benessere costantemente non raggiunto), che troveranno da mangiare, ma si continua ad aspettare. 

Con questo testo, nel quale si potrebbe facilmente trovare più di una connessione al Godot beckettiano, Scaldati in verità, ben conscio della lezione dell’artista irlandese, sa che i tempi sono maturi per andare un po’ oltre il disfattismo senza fine. I due primi comici Farfante e Giosuè finalmente incontrano Giufà e Profumata, sono loro che stavano aspettando, ora si può andare verso il paese, verso la promessa del teatro. Anche se bisogna aspettare ancora qualcuno, Simone, ecco il superamento del cane che si morde la coda: non si perde solo tempo agendo come di conseguenza, ma si sceglie di fare qualcosa. E in questo caso ha a che fare con l’arte, perché si sceglie di intonare un canto d’amore.

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