SANTA E ROSALIA

Pagine 336 [2 parti con numerazione a sé per ogni quadro – I parte: 128 pp., II parte: 98 pp.]

Datazione 1996 (I parte 2 marzo 2011 – II parte7 giugno 2012)

Lingua Lunghe didascalie descrittive in italiano, i personaggi invece parlano palermitano

Personaggi I parte: Santa, Rosalia, mendicante, omino, vecchietta e giovane, Gelsomino Citronella e Zagarella, Agata Piero e la figlia Rosalia, gatti e uccelli, Tanino e Assunta (più italianizzati), Concetta e Luciano, nonno e nonna, Fino, vecchietta, Bastiano e Pietro, Peppina, Enrico e Ludovico, silenzio e Chicchirichì.

II parte: Pil’e Luna, Lustrura r’Occhi, Past’e Pani Pil’e luna Pinn’e addina, Ciaur’e gelsominu, cas’e ripuosu (mendicanti che vivono nella casa della santa), Santa Rosalia, Assaman, Tantipè, il fabbricatore di sogni, ometto calvo, omone, voci, diavolo, angelo, stanzone, Piricò, due inservienti, filosofo, gallo, Cann’o ventu, Santa e Rosalia, giovane tonto, S. Francesco, nonna Stella, gatto, fiore ,farfalla, sorcio, mosca, Allucenta, Saponina, vecchine sordomute, fila di poveri, Sarina, emissario, traduttore.

Note presente la scaletta dei vari quadri con una numerazione – probabilmente legata alla durata. Nel dattiloscritto da p. 116 si ripete l’ultima scena tra Tanino, Assunta e i suoi genitori, identica tranne che per il finale, nel quale Tanino muore dopo aver mangiato il dolce; ecco spiegato il pianto di Assunta nella versione precedente (in scena presente un cellulare).

 

 

Analisi  

 

Santa e Rosalia è un omaggio a Palermo, Scaldati lo definì «un viaggio nell’anima dolce della città », che nei confronti della propria Patrona conserva un attaccamento e una devozione  travalicante il senso letteralmente religioso e andando invece in direzione di un amore incondizionato. Opera costruita per quadri all’interno dei quali si alternano, intrecciandosi, situazioni diverse, che, come farà notare un omino, pur essendo in un sonnu, non sono fantasia. Nei primi quadri, due anziane sorelle, Santa e Rosalia, bonariamente si punzecchiano per poi, consolarsi immediatamente:

Rosalia:- ch’i ài ca ti mujrmurii, ah, / ch’i ài .. vo’ riri ca sugn’arriddutta ‘na catapraasima? Chistu vo’ riri?i Santa:- e buonu, ‘a suoru, buonu. No, ‘un chianciri… tu sujrda e iu ‘un ci viu chiù. È sta biniritta /vecchiaia… sta biniritta vecchiaia. 

La menomazione, cecità, sordità, il tremolio della voce, l’essere quasi fantasmi – catapraasima, cataplasma -  o l’esser muti come nella seconda parte, non è più condizione aprioristica dei personaggi, ma causa dalla vecchiaia. Le due passano il tempo cucendo, stirando, provando vestiti fiorati, preparano un latte che finiranno per non bere. Come se la vita scorresse sopra di loro, si addormentano e la realtà fa posto alle visioni: perse nel loro viaggio verso il Monte Pellegrino (luogo legato al culto della santa) le due ora vengono nominate come creature, affiora nelle parole la natura, giocano nell’acqua, piene di innocente e divertito candore : Rosalia:- st’acqua pari c’ ‘avissi mill’occh. Santa: menumali ch’è fimmina. Rosalia e Santa:- jhjhjhjhhjhjhj . Il nome della Santa è protagonista anche di molti altri quadri, lei e le sue terrene manifestazioni: Rosalia è la figlia pietosa che finge di esser la santa perché il padre, tenera figura al limite della follia, le declami la poesia; fanciulla che non si vuole maritare per devozione. Santa e Rosalia sono le figlie dei profumati fiori del giorno e della notte . Non c’è la violenza esplicita e iperrealista in questi quadri, le atmosfere d’idillio sono le più frequenti, , questo è il tempo di timidi e attempati innamorati di molti fiori personificati; solo a tratti si percepisce, velata, una punta di nostalgia, i ritratti dei parenti andati sono tristi e sorridenti assieme, il pianto è per i ricordi.

Nella seconda parte (cambiata la scena dal Fabbricatore di sogni, come riporta la didascalia) sono più esplicitate le qualità di questa santa: più che mai umana, essa prepara la tavola, accoglie i mendicanti. Tra lumache a cui badare, morti da resuscitare e porre fine anche a losche questioni, con pazienza si leggono le richieste di miracolo e le grazie ricevute in una lunga lista esilarante e agghiacciante allo stesso tempo, della quale riportiamo solo due dei numerosi esempi:  

Zizzo Carolina, tutt’a postu.. / .. u me’amant’ ‘ammazzò / a so’ muggher’e vinn’/ a stari cu’ mia…  .. e chista a chiama/ Grazia… / a chista l’ ‘è ghiri a truvari … Sucameli Nunzia, tutt’a posto… / … avia n’ugnu ‘ncajrnatu e /stessi buona .. ora pozzu / caminari/  .. e p’u’un’ungnu ‘ncarnatu c’/è bisogn’i fari dumann’e/ Grazia.. pari c’ ‘avemu temp’/ i/ pejrdiri… .

 I devoti appaiono nelle loro debolezze, strane, egoiste, crudeli, tenere, che inevitabilmente fanno sorridere per la loro strampalata umanità. Altrove, preferendo invece un registro poetico e non comico, si affidano le preghiere dei deformi a una caverna eterna. Qui la giustizia non è degli angeli o dei diavoli, troppo impegnati in alte questioni, il compito di parlar di questa gente deforme, di osservarla, comprenderla, capire cosa far di loro, è affidato ai netturbini che dovrebbero disinfettare il luogo, e finiscono col parlare del sindacato e di documenti. Tuttavia anche loro, nella loro umanità, finiscono per nascondere la bellezza preziosa e fragile – una morta, giovane bella, con le ali – perché farebbe perdere loro del tempo. 

Come più volte appare in didascalia, si tratta di un mondo magico, dolce, fatto di figurine, di marionette, animali (in particolare il quadro l’uomo che non c’è sembra anticipare quel giardino incantato nel quale arriverà da morto il protagonista di La notte di Saporito il topo) dove anche i furti, le efferatezze, i morti appestati sono avvolti da un velo che li separa dall’orrore crudo. Arriverà a far onore a questi personaggi perfino un altro santo, Francesco. Nelle sue parole così come nella commozione dei personaggi che attorniano le figure di Santa e di Rosalia, sembra scorgere la voce di Scaldati stesso, che ringrazia i personaggi, i propri spiriti, che vivono anche solo nel breve intervallo della scena, ma che dimostrano una pietà generosissima e sbilenca, fatta anche di rimproveri o di soluzioni azzardate, ma proprio per questo umana. 

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